Progettata da Marzio Cecchi nel 1968 e prodotta da Studio Most a Firenze, la poltrona Balestra rappresenta uno degli esempi più precoci e significativi della ricerca del designer toscano sul rapporto tra struttura, elasticità e corpo umano.
Il progetto abbandona la tradizionale costruzione della poltrona come insieme di telaio, imbottitura e rivestimento per affidare il sostegno del corpo a una struttura metallica elastica, il cui profilo laterale richiama il principio meccanico della balestra da cui deriva il nome.
La deformazione sotto il peso dell’utilizzatore non è quindi una conseguenza da nascondere, ma diventa parte integrante del funzionamento e dell’espressione dell’oggetto.
Cecchi rende così visibile il comportamento della struttura: la poltrona non si limita a sostenere il corpo, ma reagisce alla sua presenza.
La componente meccanica assume valore formale e determina un’immagine dinamica, nella quale equilibrio, tensione ed elasticità sostituiscono la massa e la staticità proprie della seduta tradizionale.
La disposizione degli elementi imbottiti, affidata a volumi cilindrici distinti anziché a un’unica imbottitura continua, accentua ulteriormente il carattere sperimentale del progetto.
Struttura portante e parti destinate al comfort rimangono leggibili separatamente, rendendo immediatamente comprensibile il principio costruttivo della poltrona.
Realizzata nel 1968, Balestra assume particolare rilievo anche per la precocità con cui anticipa alcuni temi che caratterizzeranno la ricerca italiana degli anni successivi.
Nel clima di sperimentazione sviluppatosi a Firenze tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, Cecchi affronta la tipologia della seduta con un linguaggio autonomo, nel quale invenzione tecnica, provocazione formale e attenzione al rapporto fisico con l’utilizzatore coincidono.
Balestra costituisce inoltre un passaggio fondamentale per comprendere l’evoluzione della ricerca di Marzio Cecchi: il principio dell’elasticità e l’esibizione degli elementi meccanici torneranno, trasformati e portati a una scala quasi architettonica, nel letto Spring del 1973.
Considerate insieme, le due opere rivelano la continuità di una ricerca nella quale ciò che normalmente rimane nascosto all’interno dell’arredo – tensione, flessione, molla, struttura – viene deliberatamente portato in primo piano e trasformato nel linguaggio stesso del progetto.

