Progettata da Marzio Cecchi nel 1968 e prodotta da Studio Most a Firenze, la scrivania Diapason rappresenta uno degli esiti più essenziali e radicali della ricerca del designer toscano sulla possibilità di far coincidere struttura, funzione e forma dell’oggetto.
Realizzata in acciaio inox satinato, Diapason abbandona l’immagine tradizionale della scrivania composta da piano, sostegni e contenitori per trasformarsi in un unico grande segno continuo.
Una superficie metallica si piega e si sviluppa nello spazio generando contemporaneamente il piano di lavoro, l’elemento verticale e la base, mentre la grande apertura circolare ricavata nella parte inferiore alleggerisce visivamente la massa del metallo e diviene uno degli elementi distintivi del progetto.
Il nome Diapason appare particolarmente appropriato alla natura dell’oggetto: la forma sembra nascere dalla tensione e dalla continuità di una lamina metallica piegata, quasi fosse il risultato di un unico gesto.
Il materiale non viene utilizzato semplicemente come rivestimento o supporto, ma diviene esso stesso struttura e linguaggio, mettendo in evidenza le possibilità espressive della lavorazione dell’acciaio.
La grande dimensione del piano e la forza plastica della struttura conferiscono alla scrivania una presenza quasi architettonica.
Pur mantenendo pienamente riconoscibile la propria funzione, Diapason supera così la tradizionale distinzione tra mobile e scultura, imponendosi nello spazio come un segno autonomo e fortemente caratterizzato.
La data del 1968 rende il progetto particolarmente significativo. Cecchi anticipa infatti temi che diventeranno centrali nella sperimentazione del design italiano degli anni Settanta: la riduzione dell’oggetto a un principio costruttivo elementare, l’uso non convenzionale dei materiali industriali, il superamento delle tipologie consolidate e la capacità dell’arredo di assumere una dimensione ambientale.
La pubblicazione della scrivania su MD – Möbel Interior Design nel gennaio 1971 testimonia inoltre la precoce circolazione internazionale del progetto.
Insieme a opere coeve come Balestra e alle successive Serpente, Spring e Fachiro, Diapason contribuisce a delineare la straordinaria autonomia della ricerca di Marzio Cecchi nel panorama fiorentino tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta: una ricerca nella quale l’invenzione costruttiva non viene mai separata dalla forza figurativa dell’oggetto.

