Bazaar è un sistema di sedute componibili progettato nel 1968 dal gruppo fiorentino Superstudio e prodotto da Giovannetti, azienda di arredamento di Pistoia. Il progetto rappresenta una delle espressioni più significative dell’Architettura Radicale italiana, attraverso una concezione dell’arredo nella quale la seduta tradizionale viene trasformata in un ambiente autonomo, capace di modificare il rapporto tra corpo, oggetto e spazio domestico.
La sua realizzazione si inserisce nella stagione di sperimentazione che attraversa il design italiano durante la seconda metà degli anni Sessanta, quando numerosi progettisti mettono in discussione i principi del funzionalismo e la concezione dell’arredamento come insieme di oggetti destinati a rispondere a esigenze prestabilite.
A Firenze questa ricerca assume un carattere particolarmente originale attraverso l’attività di gruppi come Superstudio e Archizoom Associati, impegnati a esplorare nuove relazioni tra architettura, design, comunicazione e comportamenti sociali.
È in questo contesto che nasce la collaborazione tra Superstudio e Benito Giovannetti, imprenditore pistoiese interessato alle possibilità espressive della nuova generazione di architetti. L’incontro permette di tradurre una ricerca sperimentale in un prodotto concretamente realizzabile, attraverso il confronto diretto tra progettisti e competenze manifatturiere.
Bazaar nasce dalla volontà di superare la configurazione convenzionale del divano, proponendo un sistema composto da elementi modulari curvi, ciascuno dei quali costituisce una seduta avvolgente. L’accostamento dei singoli componenti permette di ottenere composizioni differenti, fino a formare un ambiente raccolto, delimitato da superfici continue.
La geometria del progetto si sviluppa attraverso una doppia curvatura, che coinvolge contemporaneamente la seduta, lo schienale e le superfici laterali. L’oggetto assume così una configurazione organica, nella quale le tradizionali distinzioni tra piano di seduta, bracciolo e schienale vengono progressivamente superate.
La struttura portante è realizzata in resina poliestere rinforzata con fibra di vetro, materiale che permette di ottenere scocche leggere e resistenti, caratterizzate da una particolare libertà nella definizione delle superfici.
La scelta della vetroresina costituisce un elemento fondamentale del progetto. Rispetto alle tecniche tradizionali dell’imbottito, il materiale consente di sviluppare forme continue e avvolgenti, difficilmente realizzabili attraverso le consuete strutture in legno.
La scocca viene completata con imbottiture in poliuretano espanso e rivestimenti tessili, tra cui la caratteristica pelliccia sintetica acrilica, proposta in differenti colorazioni.
Il contrasto tra la superficie esterna rigida, generalmente caratterizzata da una finitura liscia e chiara, e l’interno morbido e voluminoso contribuisce a definire l’identità dell’oggetto. La seduta appare come una struttura protettiva, all’interno della quale il corpo può trovare una condizione di comfort e isolamento rispetto all’ambiente circostante.
L’immagine complessiva richiama forme organiche e naturali, ma anche oggetti appartenenti all’immaginario fantastico e fantascientifico degli anni Sessanta. La grande superficie curva e la continuità del rivestimento trasformano il divano in una presenza scultorea, difficilmente riconducibile alle tipologie dell’arredamento tradizionale.
Nelle configurazioni più ampie, l’insieme degli elementi produce una sorta di abitacolo collettivo, nel quale più persone possono sedersi, conversare o distendersi, condividendo uno spazio separato visivamente dal resto della stanza.
Questa dimensione ambientale rappresenta uno degli aspetti più significativi della ricerca di Superstudio. Il mobile non viene più considerato un oggetto isolato, ma una struttura capace di generare una diversa organizzazione dello spazio e di suggerire nuove modalità di relazione tra gli utilizzatori.
La modularità permette di modificare la disposizione degli elementi, trasformando la configurazione del divano secondo le esigenze dell’ambiente. Il progetto mantiene così una relazione con il design industriale, pur sviluppando un linguaggio volutamente distante dalle convenzioni formali e commerciali dell’epoca.
Il nome Bazaar contribuisce a sottolineare questa concezione aperta e non convenzionale dell’arredamento. L’oggetto suggerisce uno spazio informale e collettivo, nel quale attività e comportamenti differenti possono convivere senza essere rigidamente definiti.
La prima produzione viene realizzata da Giovannetti nel 1968. L’impresa affronta un progetto particolarmente impegnativo dal punto di vista costruttivo, nel quale l’impiego della vetroresina, le grandi dimensioni dei componenti e la continuità dei rivestimenti richiedono lavorazioni specifiche.
La collaborazione tra progettisti e produttore assume quindi un significato che supera la semplice esecuzione di un disegno: la sperimentazione formale viene verificata attraverso il confronto con i materiali e con le possibilità della manifattura.
Nel gennaio 1970 la rivista Domus dedica al progetto una presentazione nella quale Bazaar viene interpretato attraverso il riferimento fiabesco a una grande zucca trasformata in luogo abitabile. L’immagine rende evidente il carattere volutamente sorprendente dell’oggetto, concepito come una piccola architettura domestica.
Nello stesso anno Bazaar viene selezionato per Eurodomus 3, la manifestazione dedicata all’abitare contemporaneo, contribuendo alla diffusione della ricerca radicale italiana presso un pubblico internazionale.
Il progetto si colloca all’interno di una riflessione più ampia sulle trasformazioni della vita domestica durante gli anni Sessanta e Settanta. La progressiva messa in discussione delle convenzioni sociali e dei comportamenti familiari tradizionali trova espressione anche nella ricerca di arredi capaci di favorire una maggiore informalità e libertà d’uso.
Bazaar propone una risposta volutamente provocatoria a queste trasformazioni: anziché limitarsi a offrire un numero prestabilito di posti a sedere, definisce uno spazio di relazione nel quale le persone possono assumere posizioni differenti e interagire in modo meno convenzionale.
La sua configurazione presenta tuttavia anche una significativa ambivalenza. L’ambiente protettivo, delimitato dagli schienali alti e continui, può essere interpretato come uno spazio di libertà e condivisione, ma anche come una struttura chiusa che separa gli utilizzatori dal contesto circostante.
Questo rapporto tra protezione e isolamento, apertura e delimitazione, costituisce uno dei temi ricorrenti nella ricerca teorica di Superstudio, impegnato a interrogare criticamente le modalità attraverso le quali l’architettura organizza la vita delle persone.
Bazaar rappresenta quindi un prodotto particolarmente interessante perché rende concreta, alla scala dell’arredamento, una riflessione che il gruppo sviluppa contemporaneamente attraverso disegni, fotomontaggi, installazioni e progetti architettonici sperimentali.
La produzione rimane limitata, anche per le caratteristiche dimensionali e costruttive dell’oggetto. La sua importanza non dipende tuttavia dalla diffusione commerciale, ma dal contributo che offre alla ricerca sul rapporto tra design, comportamento e spazio.
Nel tempo Bazaar entra nelle collezioni e nelle esposizioni dedicate al design radicale italiano. Un esemplare composto da sette moduli è conservato presso il Centre Pompidou di Parigi, che documenta la struttura in poliestere rinforzato con fibra di vetro, l’imbottitura in poliuretano e il rivestimento tessile.
La presenza del progetto nelle collezioni museali internazionali testimonia il suo valore come episodio rappresentativo di una stagione nella quale il design italiano sperimenta una radicale trasformazione delle tipologie e dei linguaggi dell’abitare.
L’importanza di Bazaar nella storia del design toscano risiede soprattutto nell’incontro tra la ricerca concettuale di Superstudio e la disponibilità produttiva di Giovannetti, capace di affrontare la realizzazione di un oggetto complesso e non convenzionale.
Il progetto dimostra come l’innovazione possa nascere dalla messa in discussione di una tipologia consolidata, attraverso l’impiego di nuovi materiali e la reinterpretazione delle relazioni tra oggetto, utilizzatore e ambiente.
Più che un semplice divano componibile, Bazaar rappresenta una sperimentazione sulla possibilità di trasformare l’arredamento in una microarchitettura abitabile, nella quale struttura, materia e forma diventano strumenti per immaginare differenti modalità di vivere lo spazio domestico.
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